Famiglia nel bosco, la condizione dei bambini e gli effetti su Nathan e Catherine

A Palmoli, in Contrada Mondola, la sera scende lentamente tra la pioggia e una nebbia leggera che sale dal bosco. Nella grande casa isolata tra gli alberi Catherine Birmingham è rimasta sola. La stufa a legna è accesa con legnetti raccolti a terra e l’aria umida entra dalle finestre mentre il giorno finisce. Nel silenzio della campagna abruzzese la donna cerca con lo sguardo il cavallo Lee, vecchio e bianco, che deve essere riportato nella stalla prima della notte. Dormirà da sola nello stanzone della casa nel bosco, mentre il marito Nathan Trevallion ha ormai preso un’altra strada.

Come riferito dal sito di Repubblica, Nathan non vive più con lei. Trascorre le sue giornate nella Casetta di Nonna Gemma, una piccola abitazione dove paga l’affitto e condivide gli spazi con la sorella di Catherine, con sua madre e con il nipote. Eppure, parlando con un amico, continua a difendere il legame con la moglie: “L’amore tra noi due non può essere toccato da nessuno”. Dietro questa frase resta però una frattura che si è aperta negli ultimi mesi e che riguarda soprattutto il destino dei loro tre figli.

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Famiglia Bosco
Famiglia nel bosco, Nathan e Catherine ai ferri corti
Il punto di svolta è arrivato in un venerdì segnato da una decisione dolorosa: la separazione completa dai bambini, comunicata proprio mentre Nathan affrontava l’ultimo test psicologico richiesto dai servizi sociali. Da quel momento l’uomo ha scelto di cambiare atteggiamento. Per la prima volta ha deciso di assumere il ruolo di guida della famiglia e di non seguire più la linea della moglie.

“Perché tutti ce l’hanno con te e con me no?”. È la domanda che ha rivolto a Catherine quel giorno. Per anni aveva rispettato il suo carattere forte e accentratore, ma gli scontri con l’assistente sociale e gli attacchi pubblici rivolti ai giudici, definiti “ignoranti”, avevano ormai reso la situazione irreversibile. “Basta, adesso o fai come dico io o mi riprendo da solo i nostri figli”.

Famiglia Bosco
L’ultima volta che i due si sono incontrati, domenica pomeriggio, Nathan si trovava nel giardino di quella che definisce la “casa dell’anima”. Lì ha letto alla moglie alcuni passaggi dell’ordinanza firmata dai giudici. In quel documento si afferma che lui, il padre, è “adeguato”, mentre lei viene considerata “pericolosa”. Parole che hanno segnato un altro momento di rottura. Nathan ha provato ancora a capire le ragioni della decisione dei magistrati e ha chiesto: “Perché ce l’hanno con te e non con me, eppure facciamo la stessa vita, crediamo nelle stesse cose”.

Pochi giorni dopo è andato dagli avvocati per chiarire la propria posizione. Lo aveva anticipato già dieci giorni prima, spiegando la sua disponibilità ad adeguarsi alle regole italiane pur senza condividerle pienamente: “Sono disposto a seguire gli standard italiani, lo faccio con la testa, non con il cuore, ma lo faccio”. Il Tribunale per i minorenni dell’Aquila ha infatti stabilito che Catherine non può vedere i figli senza la presenza di un operatore, mentre il padre ha ottenuto il permesso di recarsi ogni giorno nella struttura protetta di Vasto dove i bambini sono ospitati e trascorrere con loro un’ora e mezza.

Proprio su questo punto si apre ora lo scenario più delicato. I giudici stanno valutando la possibilità di un affidamento esclusivo al padre. Una prospettiva che potrebbe concretizzarsi solo a una condizione: Catherine dovrebbe accettare le leggi italiane, compresi vaccini e percorso scolastico definito. In caso contrario non potrebbe vivere sotto lo stesso tetto con il marito e con i figli. Nathan lo ha detto chiaramente durante il loro ultimo confronto: “Io li ho sempre messi davanti a tutto, tu invece no”.

Intanto la donna continua a vivere nella casa nel bosco. Indossa un abito color panna e porta una lunga treccia sulla schiena mentre rientra tra le mura dell’abitazione. I figli li ha sentiti solo la mattina, attraverso il tablet. Sempre più concreta è l’ipotesi che i tre bambini, la maggiore di nove anni e i gemelli di sette, possano restare nella casa di accoglienza di Vasto. È una richiesta avanzata dall’assistente sociale e dalla tutrice, convinte che l’uscita di Catherine dalla struttura abbia reso l’ambiente meno conflittuale.

La decisione spetta ora al Consiglio di amministrazione della struttura. La pressione mediatica degli ultimi giorni ha però lasciato il segno sugli operatori. La psichiatra responsabile e le educatrici sono provate dall’esposizione pubblica, così come i cinque minori ospitati. Sabato scorso un gruppo di manifestanti che protestava davanti ai cancelli della struttura ha scambiato una delle ospiti per un’educatrice e l’ha aggredita verbalmente gridando: “Sequestratori, volete vendervi i bambini…”.

L’ipotesi che i tre fratelli possano rimanere nella struttura è stata confermata anche dalla garante regionale per l’infanzia Alessandra De Febis. “Si stanno valutando tutte le soluzioni possibili, compresa l’eventualità che i minori possano rimanere nella struttura che attualmente li ospita”.

Parallelamente gli avvocati della famiglia stanno lavorando al ricorso contro l’ordinanza di separazione, destinato alla Corte d’appello. Il documento, preparato dai legali Marco Femminella e Danila Solinas, non è ancora definitivo ma conterrà tre punti centrali: la decisione di allontanare i bambini sarebbe stata unilaterale, avrebbe utilizzato il parere degli psichiatri di Chieti solo quando serviva a indebolire la posizione di Catherine e non quando suggeriva il ritorno dei minori a casa. Infine nel ricorso verranno mosse critiche dirette all’assistente sociale, ritenuta dagli avvocati inadatta al ruolo e definita “incapace di mediazione”, accusata di aver contribuito a separare una madre “dalla figlia con la febbre”.

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