“Cosa voto al referendum”. L’annuncio di Valeria Marini: “Mi sembra giusto così…”

Il dibattito sul referendum sulla giustizia continua ad allargarsi ben oltre i confini della politica, trascinando nel confronto anche volti molto noti dello spettacolo. Nelle ore in cui la campagna sul sì e sul no si fa sempre più accesa, a riaccendere l’attenzione è stato l’intervento di Valeria Marini che ha scelto di schierarsi apertamente, insistendo soprattutto su un punto: la riforma, a suo avviso, non dovrebbe essere letta come una bandiera di partito, ma come una questione che riguarda direttamente la tutela dei cittadini e il funzionamento della macchina giudiziaria.

Al centro della presa di posizione c’è la convinzione che la separazione delle carriere tra giudice e pubblico ministero possa rappresentare un passaggio utile per rendere il sistema più lineare ed efficiente. Secondo quanto dichiarato all’Adnkronos il 18 marzo 2026, nei Paesi in cui questo modello è già adottato “il sistema funziona meglio e si riducono le lungaggini burocratiche”,

un aspetto che per la showgirl pesa in modo decisivo quando in gioco ci sono tempi, diritti e responsabilità. Nello stesso intervento ha ribadito anche un altro concetto chiave, cioè che “chi sbaglia deve rispondere dei propri errori”, soprattutto quando gli errori hanno ricadute concrete sulla vita delle persone.

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Valeria Marini si è dunque esposta per il  e questa sua posizione ha sorpreso un po’ il pubblico, considerando che una buona parte dei personaggi del mondo della tv e dello spettacolo sono al contrario orientati per il No. L’attrice ha costruito il suo ragionamento non soltanto su una valutazione generale della riforma, ma anche su una ferita familiare mai davvero rimarginata. L’attrice ha richiamato infatti la vicenda che ha coinvolto la madre, Gianna Orrù, finita al centro di una truffa da 335 mila euro. Quel procedimento, ha ricordato, si è trascinato per oltre sei anni e si è chiuso con la prescrizione, nonostante una decisione favorevole del giudice e una condanna al risarcimento, a causa di un errore nelle trascrizioni delle date attribuito al pubblico ministero. Per Marini è proprio in casi del genere che emerge, in modo drammatico, il peso delle disfunzioni della giustizia.

Nel suo racconto, l’attrice ha insistito sul fatto che episodi simili non restano confinati nelle aule dei tribunali, ma si trasformano in conseguenze tangibili per chi ha subito un danno. “Questo crea difficoltà concrete per chi ha subito il danno”, ha spiegato, collegando quell’esperienza personale all’idea che sia necessario rendere più chiara e stringente la responsabilità di chi opera nel sistema giudiziario. È in questo passaggio che la sua adesione al sì assume un significato più netto: non una presa di posizione ideologica, ma la richiesta di un meccanismo che, nella sua visione, sappia garantire maggiore equilibrio e meno margini per errori irreparabili.

Marini ha poi evocato uno dei casi più simbolici della storia giudiziaria italiana, quello di Enzo Tortora, ricordando il dramma del presentatore arrestato ingiustamente e poi assolto dopo anni. Nelle sue parole, quella vicenda resta emblematica perché mostra quanto devastanti possano essere accuse sbagliate, procedimenti costruiti male e tempi lunghissimi. “Fu accusato ingiustamente e arrestato senza prove, prima di essere completamente assolto anni dopo”, ha ricordato, ponendo una domanda destinata a riemergere ogni volta che si parla di giustizia e responsabilità: “Chi paga per errori così gravi?”.

Da qui la conclusione del suo intervento, che prova a spostare il confronto dal terreno dello scontro politico a quello dell’efficacia concreta. Secondo Valeria Marini, la riforma e la separazione delle carriere possono contribuire a “rendere la magistratura ancora più autonoma” e a garantire decisioni “libere da condizionamenti”. Il suo invito finale è quello a non trasformare il referendum in una battaglia ideologica, ma a considerarlo come un’occasione per costruire una giustizia più efficiente e, soprattutto, più equa. Un messaggio che arriva mentre il tema continua a dividere il Paese, ma che aggiunge al dibattito pubblico una voce fondata su esperienza personale, memoria collettiva e richiesta di responsabilità.

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