“Chi ha ucciso Chiara Poggi”. Garlasco, quel biglietto trovato al cimitero dalla mamma

Il caso Garlasco continua a esercitare una forza magnetica sull’opinione pubblica italiana, a distanza di quasi due decenni dall’

omicidio che sconvolse una piccola comunità della provincia pavese. La morte di Chiara Poggi, avvenuta nell’agosto del 2007, resta una ferita aperta, non solo per la famiglia, ma per un Paese intero che ancora oggi si divide tra certezze giudiziarie e dubbi mai del tutto sopiti.

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Nel tempo, il delitto è diventato molto più di un fatto di cronaca nera. È stato un laboratorio mediatico, un terreno di scontro tra perizie, processi, assoluzioni, condanne e sentenze definitive. Ma soprattutto è diventato un caso simbolo, dove ogni dettaglio, ogni parola, ogni intercettazione torna ciclicamente a interrogare chi pensa che tutto sia già stato chiarito.

Al centro della vicenda giudiziaria c’è la figura di Alberto Stasi, ex fidanzato di Chiara, condannato in via definitiva dalla Cassazione. Una verità processuale che per molti rappresenta un punto fermo, ma che per altri continua a convivere con interrogativi, piste alternative e zone d’ombra mai del tutto dissipate.

Negli ultimi anni, complice il ritorno mediatico di nuove ipotesi e l’attenzione su altri nomi, il delitto di Garlasco è tornato al centro del dibattito pubblico. Un dibattito alimentato anche da intercettazioni, testimonianze e ricostruzioni che riportano alla luce il clima di quei mesi immediatamente successivi all’omicidio, quando nulla era ancora scritto.

È l’ottobre del 2007 quando Rita Preda, madre di Chiara, parla al telefono con l’avvocato Gian Luigi Tizzoni. Il suo telefono è sotto controllo, come quelli di altri familiari, anche perché la famiglia Poggi è già destinataria di strani messaggi. In quei giorni emerge il racconto di un biglietto anonimo, trovato sulla porta della cappellina del cimitero dove è sepolta Chiara. La donna è scossa, lo dice chiaramente: “Tremo ancora”.

Quel foglietto contiene una frase inquietante, riportata dalla stessa Rita Preda nella conversazione: “C’era scritto che a uccidere Chiara è stato Marco…”. L’avvocato cerca di capire, chiede se il nome sia completo, se ci siano altri riferimenti. Ma la risposta è incerta, frammentata, carica di paura: “Non lo so – risponde Rita Preda – non dice il cognome, dice solo…”. Solo un nome, Marco.

Il riferimento inevitabile è a Marco Panzarasa, amico di Stasi, con cui Tizzoni aveva avuto anche un incontro pochi giorni prima. Ma quel biglietto resta sospeso tra le ipotesi più disparate: gesto di un mitomane? Tentativo di depistaggio? O segnale di qualcuno convinto di sapere qualcosa? Domande senza risposta, che si aggiungono a una lunga serie di episodi simili vissuti dalla famiglia Poggi.

Quello che emerge, con il passare del tempo, è il peso delle convinzioni. Il caso Garlasco sembra segnato fin dall’inizio da una direzione precisa, prima concentrata esclusivamente su Stasi e oggi affiancata da nuove attenzioni, come quelle su Andrea Sempio, attualmente indagato. Eppure, restano molti dettagli sospesi, passaggi mai del tutto chiariti, elementi rimasti ai margini delle ricostruzioni ufficiali.

Nella conversazione intercettata e rilanciata da Maria Conversano, c’è però un altro aspetto rivelatore. La famiglia Poggi, in quel periodo, sembrava orientata verso un’idea diversa: quella di un furto finito male. È la stessa Rita Preda a ribadire che Alberto Stasi andava davvero al cimitero di nascosto, come riportato da un giornale locale, e che quel comportamento non era una messinscena.

L’avvocato Tizzoni ascolta, comprende, ma allo stesso tempo invita alla prudenza. Chiede alla donna di evitare di farsi vedere con Alberto, di non apparire troppo vicina a lui. Il motivo è chiaro: la direzione delle indagini sta cambiando, e ogni gesto può essere interpretato, strumentalizzato, trasformato in indizio.

La telefonata si chiude con una riflessione che oggi suona quasi profetica. Tizzoni mette nero su bianco il nodo centrale dell’inchiesta: “All’inizio avevano preso un po’ una strada, adesso…Però torno a dire: se non ci sono impronte di estranei, comunque vada si fa veramente dura per Stasi di dimostrare che non è lui, perché, alla fine è vero che uno può aver usato i guanti e tante cose, però nel frattempo un po’ di impronte così…tipo quella in bagno, che vuole dire che è andato a lavarsi”.

Parole che fotografano un momento cruciale e spiegano, forse meglio di tante analisi successive, perché il caso Garlasco continui ancora oggi a dividere, a far discutere e a riaprire ferite che, per molti, non si sono mai davvero rimarginate.

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