C’è un momento in cui le parole smettono di essere solo parole. Succede quando la rabbia collettiva diventa coro, quando i commenti si trasformano in sentenze e la vita privata finisce in pasto a una piazza senza volto. Ad Anguillara, questa volta, la rete non ha solo giudicato: ha schiacciato.
Per giorni, anzi per settimane, la storia è rimbalzata tra bacheche, screenshot e messaggi condivisi come fossero prove. E intanto, dietro una porta chiusa, una famiglia provava a reggere un peso che sembrava crescere a ogni notifica. Poi, nel pomeriggio di sabato, è arrivato l’epilogo più tragico.
Maria Messenio e Pasquale Carlomagno sono stati trovati senza vita nella loro villetta, ad Anguillara, vicino al lago di Bracciano. Un doppio suicidio che ha scosso la comunità e riaperto, con violenza, una domanda scomoda: quanto può arrivare a fare male la gogna social?
Maria non era un volto qualunque per il paese. Ex assessore alla Sicurezza, descritta da chi la conosceva come una donna tosta, una poliziotta “con le spalle larghe”, una che “faceva pagare le multe a tutti, senza sconti, nemmeno agli amici”. Eppure, davanti a quello che è arrivato online, anche la corazza più dura può creparsi.
Secondo quanto ricostruito, i due avrebbero lasciato una lettera al figlio minore, Davide. Un dettaglio che rende tutto ancora più straziante: non solo la scelta, ma la necessità di spiegare, di salutare, di lasciare un segno in mezzo al rumore.

Il “processo” su Facebook: frasi da brividi e accuse senza freni
Il punto di rottura sarebbe arrivato dopo l’arresto del figlio Claudio per l’omicidio di Federica Torzullo. Da quel momento, soprattutto Maria sarebbe diventata il bersaglio perfetto dei cosiddetti leoni da tastiera. Commenti feroci, insinuazioni, cattiverie ripetute a raffica, come se bastasse un post per stabilire colpe e responsabilità.
In rete, c’è chi scriveva senza esitazione: “Crescere un tale mostro… ognuno ha le proprie colpe”. E chi spingeva ancora più in là, ipotizzando coperture e segreti: “Sapeva benissimo la verità del figlio e l’ha coperto”. Parole che, lette oggi, suonano come un’eco insopportabile.
Altri invocavano l’allontanamento della famiglia, arrivando a frasi aggressive e minacciose: “La famiglia del porco deve andare via, nessuno li vuole più vedere”. Nel mezzo, una valanga di giudizi, allusioni e battute crudeli, con la convinzione che, se lei aveva lavorato in polizia, allora non poteva “non sapere”.

Il meccanismo è sempre lo stesso: una domanda buttata lì, una supposizione, poi la certezza urlata. “Possibile che in 9 giorni questa madre non si sia accorta di nulla?”, si chiedevano alcuni utenti, arrivando a conclusioni pesantissime: “Sicuramente lei sapeva”, “Ha coperto il figlio”.
Non solo. Nella spirale sono finiti anche commenti razzisti e deliranti, con riferimenti a presunti “studi lombrosiani” sul volto della donna, definito inquietante, e ironie feroci sul suo ruolo: “La sicurezza era tenere le persone lontane dal figlio”. Un accumulo di fango che, giorno dopo giorno, sembrava non avere fine.
Nel frattempo la vita reale continuava, ma con addosso un’etichetta. E quando una persona viene ridotta a un bersaglio, ogni parola diventa un colpo. Anche quelle scritte “tanto per”. Anche quelle condivise “senza pensarci”.
Con la notizia della morte di Maria e Pasquale, l’atmosfera online sarebbe cambiata di colpo. Molti dei commenti più duri, secondo quanto riportato, sono stati eliminati in fretta. Un gesto che sa di panico, più che di pentimento: la consapevolezza che certe frasi, adesso, potrebbero finire sotto la lente della Procura.
A Civitavecchia potrebbe aprirsi un fascicolo per istigazione al suicidio. È un passaggio delicatissimo, tutto da verificare e ricostruire, perché tra ciò che si scrive e ciò che causa un gesto estremo c’è un confine complesso. Ma una cosa è certa: la rete non dimentica davvero. Anche quando si cancella, restano tracce, copie, salvataggi, server.
E qui arriva l’ennesima beffa: mentre spariscono gli insulti, nasce un’altra ondata, speculare. L’odio contro chi ha odiato. Un nuovo scontro, un altro giro di giostra, come se anche il dolore dovesse diventare tifoseria.
In mezzo a tutto questo, c’era anche chi, fin dall’inizio, invitava a fermarsi. A ricordare che le colpe dei figli non possono essere riversate sui genitori, che la tragedia non è un talk show e che la giustizia non si fa a colpi di commenti.
Ora resta una comunità stordita, una famiglia spezzata e una domanda che pesa più di tutte: quante volte, dietro lo schermo, ci sentiamo autorizzati a dire qualsiasi cosa perché “tanto è solo internet”? Ad Anguillara quella frase, improvvisamente, non regge più. E mentre la magistratura prova a capire cosa sia successo davvero, la sensazione è che questa storia non sia ancora finita.